Dicembre gelato non va disprezzato

“DICEMBRE GELATO NON VA DISPREZZATO”

 

Così recitava un vecchio proverbio di campagna. Saggezza popolare non mente: nelle campagne padane, ma anche in quelle dell’Italia centrale, con grano e orzo già nati e vigneti e frutteti in riposo invernale, un dicembre freddo aiuta a tenere lontane erbe infestanti e parassiti da campi e alberi.

E in Appennino? Cerchiamo di individuare le caratteristiche principali di dicembre, innanzitutto sfatandone alcuni miti. Non è il mese più freddo, non è il mese più nevoso, non è il mese più bianco!

Nella maggior parte del territorio italiano (ed europeo) il mese più freddo è di norma gennaio, e mediamente anche febbraio è più freddo di dicembre. L’Appennino Settentrionale riceve i maggiori quantitativi di neve nella seconda metà dell’inverno meteorologico, cioè dalla metà di gennaio in poi. Sulle nostre montagne, sotto i 1300-1500 m di altitudine una copertura nevosa costante e duratura si ha solo nella seconda parte della stagione (specie ultimamente, a causa del tanto discusso riscaldamento globale), e nelle località turistiche più frequentate c’è quasi sempre più neve a marzo che a dicembre.

Ma allora perché dicembre, nel pensiero dell’uomo comune, è accostato sempre a freddo e neve?

Intanto, a livello astronomico è il periodo con meno ore di luce, e questo acuisce l’idea di freddo. Inoltre, influisce certamente che dicembre sia associato alle Feste natalizie. Il “bianco Natale” è però più un fatto associato al folklore dei paesi scandinavi e delle alte vallate alpine, che una realtà dei fatti a casa nostra. E poi, siamo in Emilia, terra padana. E la Pianura Padana ha un clima molto particolare. Viene classificato dai climatologi “temperato umido semicontinentale”, unico nel suo genere nell’Europa meridionale. La grande pianura si raffredda precocemente all’inizio dell’inverno; specie se, dopo un’irruzione di aria fredda da nord o da est anche breve, arriva un’area di alta pressione a garantire tempo stabile per diversi giorni. Ecco allora che si verifica il fenomeno dell’inversione termica, con il freddo che rimane schiacciato al suolo; si forma una sorta di pellicola rigida che attanaglia il catino padano, con gelate notturne e a volte nebbie persistenti, mentre in quota l’aria è decisamente più temperata. Le lunghe notti dicembrine fanno il resto, garantendo una coperta fredda che può durare vari giorni consecutivi, a volte settimane. In questo modo, in Pianura Padana dicembre riesce quasi sempre a essere più freddo di febbraio, quindi secondo solo a gennaio nel podio dei mesi più freddi.

In alto Appennino, invece, le cose vanno diversamente. Le nostre montagne sono fortemente influenzate dalla vicinanza del Mare Tirreno (il clima viene definito “temperato umido suboceanico”). Il Mediterraneo occidentale e il Tirreno si raffreddano solo lentamente all’inizio dell’inverno, mentre risultano decisamente più freddi nella seconda parte della stagione, influenzando in questo modo il clima appenninico. Ecco perché nelle alte valli tosco-emiliane, una identica perturbazione atlantica porta neve a quote più basse in febbraio piuttosto che a dicembre. Ed ecco perché non deve stupire più di tanto se quasi sempre si arriva al periodo delle Feste natalizie con poca neve; il tempo per rimediare a gennaio e febbraio c’è, sperando che in futuro il riscaldamento globale non rovini il clima dei due mesi nevosi per antonomasia.

A dicembre accontentiamoci delle caratteristiche tipiche di questo mese offerte dalla natura: gelate, inversioni termiche, sentieri e cascate ghiacciate, lunghe ombre favorite dai giorni più corti dell’anno… apprezziamo la natura per quello che sa offrirci, senza volere a tutti i costi un ambiente costruito su misura artificialmente. Pazienza se in montagna c’è più ghiaccio che neve, e accettiamo di buon grado brinate o nebbie in pianura, perché –come insegna l’antica saggezza popolare- “dicembre gelato non va disprezzato”.

 

Francesco Rosati

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